Di Benedetta Di Stefano, Project Officer di FMSI

Viviamo in un paese, l’Italia, che, pur garantendo nella sua Costituzione il principio di uguaglianza, ha visto, solo nel 2021, fino ad ora, circa 50 donne uccise dai propri compagni, mariti, fidanzati, ex compagni e così via, a dimostrare una verità assoluta: la figura femminile è legata ancora, indissolubilmente, all’idea di possesso, di dominio, di prevaricazione, anche nel nostro paese.

Questa premessa è utile per affrontare con maggiore consapevolezza, senza indossare la veste degli innocenti, il tema della condizione  nella quale si trovano le donne afgane dallo

scorso agosto. Lo scopo di questo editoriale è contribuire a tenere il più a lungo possibile accesi i riflettori su una situazione drammatica che rischia di finire nel dimenticatoio in breve tempo. Una situazione che rappresenta un’emergenza per l’intera umanità.

La collocazione geografica dell’Afghanistan ha fatto sì che questo luogo fosse attraversato continuamente da popoli appartenenti a etnie, fedi e culture differenti. È un paese molto variegato sul piano della composizione sociale, culturale, etnica e religiosa e la conformazione del territorio ha sempre favorito questa frammentazione. Da considerare, inoltre, il fatto che gli imperi limitrofi e, più recentemente, le potenze europee e regionali, hanno sempre scelto di sostenere l’uno o l’altro gruppo sulla base di interessi politici e considerazioni etniche e religiose. É in questa cornice che negli anni Novanta si sono imposti i talebani (gli studenti delle madrase), chiamati così perché i vertici di questo movimento sono emersi dalle scuole coraniche nel nord-ovest del Pakistan. Hanno studiato in ambienti influenzati da una interpretazione del Corano rigida e rigorista.

Così, tra il 1994 e il 2001, i talebani sono riusciti a conquistare circa il 90% del territorio afghano senza però riuscire a controllare il nordest, inclusa la valle del Panjshir – a maggioranza popolato da tagiki, una minoranza etnolinguistica che, insieme agli hazara, è a rischio maggiore di cadere sotto il controllo dei talebani oggi.

Dopo 20 anni, i talebani non sono cambiati, l’Afghanistan sì.

I talebani del 2021 possono sicuramente terrorizzare gli afghani ma non prenderli per sfinimento. Tutta la popolazione, in particolare le donne, è pienamente consapevole dei propri diritti e lo stanno dimostrando in tutte le manifestazioni in piazza giorno dopo giorno.

I primi provvedimenti sono stati contro le donne: divieto di fare sport; distinzione di classi maschili da quelle femminili; obbligo, di indossare il niqab (velo integrale che lascia aperta una fessura all’altezza degli occhi) per andare all’università; obbligo di essere accompagnate da un componente maschile della famiglia (mahram) per uscire e il divieto assoluto di lavorare se non in situazioni in cui non possono essere sostituite da uomini, esempio: la pulizia dei servizi igienici femminili.

Durante l’ultimo governo talebano (1996 – 2001), le scuole femminili furono chiuse e alle donne venne vietato lavorare. Le afghane che camminavano sole negli spazi pubblici spesso denunciavano di subire aggressioni.  Il 12 settembre 2021, il ministro dell’istruzione superiore Abdul Baqi Haqqani ha annunciato che alle donne sarebbe stato permesso di studiare nelle università e nei programmi post-laurea, per poi aggiungere: “Non permetteremo a studenti e studentesse di studiare nella stessa classe. Le classi miste vanno in contrasto con le disposizioni della sharia (la legge islamica, NdR)”. Purtroppo, i fondamentalisti talebani stanno di nuovo imponendo la loro rigida interpretazione della sharia, compreso un codice di abbigliamento conservatore ed esecuzioni pubbliche per violazioni morali. Il ministero delle donne in Afghanistan inoltre è stato tramutato in Ministero per la Prevenzione dei vizi e la promozione delle virtù.

Nessuna moderazione, dunque, da parte dei talebani. Le donne tornano nell’oscurità, diventano ancora una volta invisibili. Ancora una volta sono la preda più facile sulla quale esercitare il proprio potere, in un ripetersi angosciante della Storia. Sì, perché si potrebbe tracciare una storia parallela a quella dei libri, la Storia della violenza sulle donne.

La violenza contro le donne, intesa come una struttura che rende vulnerabile l’integrità fisica, psicologica, economica o morale delle donne, nasce prevalentemente nelle culture patriarcali, con lo scopo di ottenerne il controllo tramite la dominazione. É un chiaro esempio dei principi dei concetti di disuguaglianza, discriminazione e subordinazione. In poche parole, le donne sono vittime di violenza per il semplice fatto di essere donne.

È evidente che la storia della violenza di genere non è ancora stata scritta però, senza dubbio, le denunce e le testimonianze stanno aumentando sempre di più, passando da un relativo silenzio ad una visibilità abbastanza grande.

L’esistenza di una forma di violenza specifica contro la donna, per il semplice fatto di essere tale, ha origine nel ruolo secondario che storicamente le è stato assegnato e che, in larga misura, le è ancora attribuito. Una discriminazione che è presente in ogni campo sociale: nel lavoro, a casa, nella vita pubblica, privata e politica. Le disuguaglianze di genere sono costruzioni culturali radicate nel tempo, il femminile è percepito come “l’altro diverso”, rappresentato da quello che Simone de Beauvoir (1949) chiama “Il secondo sesso”: non è percepito come diverso ma come inferiore ed è quindi diseguagliato, svalutato ed escluso. Nel sistema dei generi la donna è definita come ciò che è diverso dall’uomo, come ciò che “non è uomo”. Gli uomini sono spesso definiti in termine di status, per esempio, in termini di lavoro o di successi personali, mentre le donne sono identificate nelle loro relazioni con gli uomini in termini di posizione nei sistemi di parentela (madre, moglie, sorella o figlia).

Una delle discriminazioni più gravi e più penalizzanti è quella relativa all’istruzione. Se è vero, infatti, che sia i maschi che le femmine devono spesso superare ostacoli nell’accesso all’istruzione, è vero anche che, a parità di altri fattori, gli ostacoli che incontra una bambina sono più frequenti e penalizzanti.

La principale causa dell’esclusione scolastica delle bambine è proprio la discriminazione di genere. Secondo dati forniti dall’UNICEF, di circa 121 milioni di bambini che non hanno mai avuto la possibilità di andare a scuola, 65 milioni (quindi circa il 54%) sono bambine.

Gli ostacoli alla scolarizzazione femminile nascono da discriminazioni e pregiudizi assai radicati in numerose culture: due terzi degli 875 milioni di adulti analfabeti nel mondo sono donne, segno che nel recente passato le bambine andavano a scuola ancor meno di oggi. L’istruzione femminile reca innumerevoli benefici, sia per il soggetto interessato sia per la società nel suo insieme. Le donne che hanno ricevuto un’istruzione riescono ad evitare gravidanze precoci e comportamenti a rischio di contagio da HIV. In molti casi un’aula è l’unico posto sicuro per una adolescente.

L’istruzione è il mezzo migliore per promuovere l’uguaglianza fra i sessi: garantire pari opportunità lì dove l’istruzione inizia è il primo passo da compiere per raggiungere questo traguardo.

Ecco perché la situazione afgana va monitorata con attenzione, affinché le donne non vengano escluse da scuole e università, nelle quali sono già comunque state rese invisibili.

Abbiamo il dovere di esprimere con continuità e fermezza il dissenso e le protesta rispetto ad ogni situazione discriminatoria. Abbiamo il dovere di non rivolgere lo sguardo altrove. Abbiamo il dovere di non dimenticare quello che sta accadendo alle donne afgane.

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